Autobiografia di un disabile

Tutto cominciò all’età di sei mesi, quando illuminati professoroni mi diagnosticarono uno strano morbo: “la sindrome di Kogan”, un male che, riguardava l’apparato uditivo e colpiva gravemente le articolazioni. Da quel momento, un lungo calvario attendeva la mia famiglia: esami, controlli, visite mediche, viaggi in ospedali sparsi per la Lombardia.  Ma nulla da fare.

Il responso rimase crudele: malattia congenita dalla quale non si può guarire… solo peggiorare. L’unica cosa possibile era rassegnarsi, andare avanti senza pensarvi. Andare avanti al ritmo di due visite all’anno sempre con la stessa risposta: lievi peggioramenti.

Giunse così il giorno, a vent’anni compiuti, in cui nuovi medici mi mandarono in una clinica specializzata. Arrivò lì, per me, il colpo di grazia.

Semplicemente mi dissero, che alla nascita sbagliarono diagnosi. Semplicemente, mi dissero che appartenevo all’ampia categoria degli ipovedenti. Vedevo l’inferno. Anni e anni di cure, precauzioni, costose visite, per niente. Tutto inutile, dovevo cominciare da capo. Subii l’enorme contraccolpo psicologico. Una lieve depressione intorpidiva le mie sensazioni.

Cominciai a chiudermi, sempre più, in me stesso, a non parlare con nessuno. Ero tormentato dalla medesima domanda: perché a me, cosa ho fatto per meritare una simile condanna? Ho passato un periodo difficile, ero davvero intrattabile. Lentamente, mi accorsi, però, che, così facendo, mi stavo allontanando dalle persone a me più care, osservavo anche altri più sfortunati di me. Osservavo i miei genitori fare sacrifici importanti, angosciati da questa mia condizione. Così piano, piano cominciai ad intravedere qualcosa di più chiaro. Come se percepissi la vicinanza delle risposte che attendevo. Già, forse erano sbagliate persino le domande.

Non aveva senso, in effetti, chiedersi “perché questo a me”; occorre dire “ADESSO TOCCA A ME”, “ora spetta a me dimostrare di che pasta sono fatto”. La situazione doveva assumere il senso di una sfida. Avevo il diritto di farmene una ragione. Non dovevo interpretarla come una immensa pena, ma come un sprono a rialzarmi, per continuare il cammino più agguerrito di prima. Ora, ho capito che ogni situazione, positiva o negativa, deve essere accettata. Non si può prescindere da una certa forma di destino. Inutile piangersi addosso. Sono riuscito, finalmente, a metterlo in pratica. Sento, davvero, di aver compreso il senso della vita.

Anche se i disabili sono riconosciuti, ma non vedo riconosciuti i loro diritti; vi assicuro che farsi valere,farsi largo a gomitate in questa società di finti perbenisti non è per niente semplice. Le leggi ci sono. Vengono applicate giustamente? La mia opinione afferma che il mondo dei disabili è un mondo a sé.

Dove nessuno capisce veramente, e chi lo può fare non ha il potere di agire. Basta girare per le strade di una qualsiasi città. Non è difficile, notare quante barriere architettoniche si devono superare.

Per non parlare della inciviltà di tante persone: parcheggi riservati al disabile perennemente occupati da altre macchine, cassonetti o altre meraviglie posizionati davanti scivoli che facilitano il passaggio su marciapiedi. Che fare? Niente purtroppo.

Solo sperare che il mio messaggio venga recepito da coloro i quali dimenticano la nostra presenza.

Lo voglio urlare: ESISTIAMO ANCHE NOI!!!!!

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