La bambina portoghese

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Che poi ti ritrovi lì, non so come, e ti accorgi di avere gli occhiali appannati. O meglio, prima non ti sembravano appannati, lo capisci solo dopo. C’è da cambiare prospettiva.

Insomma, ero lì sull’aereo e mi dicevo: “Ho appena ritrovato il lavoro… un sacco di cose da fare… e poi se magari mi lasciano a casa perchè… Dovevo restare e magari… Ma io… che cosa cavolo ci faccio qui sopra?”

Questo all’andata.

Sai quando devi fare una cosa e sai che devi farla ma non sei sicuro di come? Ecco.

Sei anni dall’ultima volta come animatore per bambini, e prima di allora, beh, niente, zero al quoto. Si, son stato “animato” ai tempi dell’asilo e poi alle elementari, ma dall’altra parte della barricata ci son stato giusto una volta, nel 2006, in Romania, e anche allora ero solo uno tra i tanti, dietro le linee, non certo uno degli organizzatori.

Questa volta ero lì, in prima fila, a “coordinare”.

Cosa, esattamente non ce l’avevo presente bene neanche io. Fatto sta che su quell’aereo ci son salito e l’ho fatto perché doveva essere fatto, punto.

Aspettative? Non molte, mi bastava che tutto filasse liscio, o perlomeno senza troppi problemi, e chiudere definitivamente il discorso. Atroce pensarlo ora. Ma prima era il prima, e gli occhiali erano ancora lì appannati, probabilmente da troppi fumi caustici di vario genere.

Poi? Semplice. Tanti occhi limpidi hanno guardato all’insù e i loro padroni hanno gridato  “Bon dia Brunu!”.

Un fazzoletto, quello per pulire gli occhiali, ce l’avete presente no? Quello bello morbido, che non lascia segni ma piuttosto pulisce le lenti senza rovinarle. Ecco, la stessa cosa. Hanno pulito i miei “occhiali” appannati da tante idiozie. Un poco alla volta, prima con un po’ di diffidenza, un sorriso, poi una tirata dei pantaloni, e alla fine, energicamente, facendomi correre ancora e ancora con un salto al collo fino a trascinarmi giù per terra.

Ma facciamo un po’ di ordine. Che stavo facendo? Un Grest estivo per bambini. Con chi? Con il gruppo ArgoGiovani e le madri Canossiane. Dove? In Portogallo.

Ah il portoghese! Gran bella lingua, dico davvero! Mette allegria solo a sentirla, peccato non saperla parlare. Già, manco una frase, se non qualche “obrigado” ficcato in mezzo tra un silenzio e l’altro e giusto il “bon dia” (o “boa tarde” a seconda dell’orario) quotidiano.

State pensando, gran bel guaio eh? Come gestire così tanti bambini, non sapendo nemmeno parlare la loro lingua? Avete anche voi gli occhiali appannati, credetemi, è facile. Ridete, sorridete, correte e giocate con loro.

La mattina io ero con i più piccoli, il giardino dell’infanzia, equivalente al nostro asilo, sveglia prima degli altri e poi via da solo sul pullman insieme a Patricia, Mimì e le altre insegnanti. La meta? Il mare, anzi… l’oceano.

Non l’avevo mai visto l’oceano.

Lì, per la prima volta di fronte a quella distesa di acqua salata, circondato da centinaia di bambini, come non poteva non venirmi in mente il buon vecchio Guccini e la sua “Canzone della bambina portoghese”:  “…al mare scendeva, la bambina portoghese… … sentì che era un punto al limite di un continente. Sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte…”

Non lo scorderò più l’oceano.

I castelli di sabbia, non li facevo più dalla bellezza di ventiquattro anni. Non so se avete presente cosa vuol dire. Quand’è l’ultima volta che ne avete fatto uno? Beh, provateci. Tornate bambini. “Brunu? ajuda-me a construir um castelo” E via altro colpo del fazzoletto sugli occhiali insudiciati.

A casa, il refettorio. Patricia mi prende in parte e mi dice, in inglese: “devi servire i piatti a tavola, sparecchiare e aiutarli a mangiare”. Beh, “facile”, penso io. Mi sbagliavo, ma non troppo.

Un via vai di gente che toglie, prepara, sposta, porta i piatti, imbocca i più schizzinosi, e un vociare di sottofondo continuo e allegro dei bambini. Resti disorientato, e non è un modo di dire.

Eleanor mi tira i pantaloni (li ho lunghi, è il primo giorno e fa freddino), mi abbasso e capisco che vuole che la imbocchi. Dio che paura di farle male! Ma poi mi sorride, mi prende la mano e va verso la forchettina. “Viuuuuum!!!! l’aeroplanino che vola, gnam!”  “Dai che è buono! “Com, com!” [mangia, in portoghese]. Così il giorno dopo, e l’altro ancora, ogni giorno sempre meglio, ma non è solo Eleanor a chiamarmi, ora anche Sara, Angela, Rodrigo e tanti altri chiedono che li aiuti. Ormai so come fare e loro sorridono. Ci vedo sempre meglio.

Il pomeriggio, dopo pranzo è l’ora dei giochi in cortile e in casa, tutti i bambini sono insieme, grandi e piccoli.

Nascondino, bandierina, tocco ritocco “es tu!!”, i balli, gli aeroplanini, le maschere e i colori e poi…. “Brunuuuuuuu!?” …ancora il fazzoletto! No, non quello per gli occhiali, un altro, più grande, blu con il simbolo del Vo.I.Ca.

Me l’ha preso di nuovo, sempre lei, come tutti i giorni. Chi? Beatriz. Vuole sempre che le corra dietro cercando di riprenderlo, è il suo gioco preferito.

La settimana vola. Letteralmente.

E’ Venerdì, l’ultimo mio giorno di grest, il fazzoletto è già nelle sue mani, ma il gioco è cambiato, all’inizio non capisco, mi dice “prisioneiro!” e mi fa sedere con le mani dietro la schiena, poi grida: “liberdade!” e scappa di nuovo, io la inseguo e di nuovo “prisioneiro!!” ancora seduto, di nuovo e ancora. Alla fine della giornata sono proprio “cansado”… ma felicissimo, perché ormai gli occhiali sono quasi puliti.

E’ l’ora dei saluti, di sottofondo “…we are the world, we are the children, we are the ones who make a brighter day…”. Dico due parole per ringraziarli e invitarli a fare la stessa esperienza che ho avuto io, ma la voce trema e gli occhiali ancora una volta si appannano, ma dall’interno.

Sono sull’aereo e penso: “Ma io… che cosa cavolo ci faccio qui sopra?”

Questa volta al ritorno.

Adesso sono in Italia. I fazzoletti son rimasti là. Quello blu, grande, è appeso sulla mensola per ricordar loro di me o forse Beatriz se l’è già ripreso e qualcun altro le sta correndo dietro al mio posto cercando di acchiapparla.

L’altro fazzoletto non serve più, gli occhiali sono puliti e limpidi. Ho una cosa da dire a tutti loro.

Anzi, la voglio proprio urlare: “OBRIGADO!!!!”

Solo… un’ultima cosa… ora che sono a casa… ancora non ho capito…  adesso sono “prisioneiro” o “liberado”? Beatriz, me lo dici tu?

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