Il Razzismo

Il razzismo si fonda sulla credenza della superiorità di una razza rispetto alle altre.

In realtà è solo una carenza generale d’informazione e di esperienza diretta, che si tramuta nel disprezzo verso persone diverse, viste come esseri inferiori. Quello che, infatti, molte persone non concepiscono, è l’esistenza di marcate differenze tra razza, etnia e cultura. Se la prima è una classificazione degli essere umani in gruppi distinti basati su degli innati e immutabili tratti fisici, come il colore della pelle, la tessitura dei capelli o la forma degli occhi; la seconda è una ripartizione fondata su determinati individui che condividono una discendenza comune e certi valori tramandati per generazioni, come la religione, il modo di vestirsi e la nazionalità. La cultura invece, è una categoria più ampia, che oltrepassa l’etnia e la razza poiché include persone che condividono un medesimo stile di vita come lo status socioeconomico, l’orientamento sessuale e la locazione geografica.

Il razzismo si presenta in forme e modi diversi. Possono andare dal pregiudizio alla discriminazione. Il pregiudizio è una tendenza naturale alla compressione delle informazioni. Un raggruppare determinati gruppi di persone sotto un’unica voce, un solo nome. Questo tipo di identificazione crea, sovente, stereotipi che incorporano altre informazioni, solitamente piene di luoghi comuni.La discriminazione, invece, è l’attuazione comportamentale dei pregiudizi negativi. Il suo scopo principale è conservare e favorire le caratteristiche del proprio gruppo d’appartenenza.

Essendo un fenomeno sociale, non si nasce intolleranti, ma lo si diventa attraverso la famiglia, l’istruzione, la legge e i mass media. È difficile crescere in un ambiente senza assumere le sue visioni e giudizi nei confronti del mondo.

Nella società odierna esiste il cosiddetto razzismo strisciante o latente, ovvero quella forma di pregiudizio razziale non apertamente manifestata ma ugualmente, se non decisamente, più dolorosa. Perché, non solo offende la dignità umana, ma è anche una manifestazione velata di ammiccamenti bugiardi e pietismi insinuanti. Non si manifesta solo con gesti e frasi violente, con aggressioni solitarie o in gruppo. Si nasconde tra le pieghe del linguaggio, dei modi di dire, della banalità del quotidiano. È un razzismo fatto di situazioni, cenni, sguardi, parole che fanno male per la loro mediocrità. La reazione immediata è considerare tutto come “una battuta”, come “un’espressione comune”. Ma non è così.

È frustrante osservare gli altri stringersi la borsetta al petto quando sale un immigrato in autobus, usare solo verbi all’infinito quando parlano con loro, chiamare “Vucumprà” o “Watusso” chiunque abbia la pelle scura, incontrare un nero in spiaggia mentre stende l’asciugamano e chiedergli immediatamente se ha delle collanine. Anche persone che non si definiscono razziste e che, razziste non sono, possono “inciampare” in situazioni o espressioni di questo tipo. Non c’è violenza fisica, ma spesso pressappochismo, indelicatezza, piuttosto che ignoranza e superficialità. La pericolosità sta sia nella latenza del fenomeno sia nella tendenza a volerlo banalizzare dandogli in qualche modo una giustificazione.

Capita, persino, di incontrare della gente che non perde occasione di rinfacciare il fatto di stare in Italia. Come, se per lo straniero sia un privilegio talmente elevato da non comportare opposizione o proteste riguardo ingiustizie subite. In tale contesto ho personalmente avuto delle vicissitudini poco gradevoli. Ad esempio per ben due volte nel giro di una settimana ebbi l’onore di essere messo alla porta con un elegante quanto sonoramente umiliante “No, non compriamo niente”. Prima da un negoziante dal quale ero andato a procurarmi una cuffia. Poi dalla nonna di un caro amico. Entrambi mi avevano scambiato per un venditore ambulante. La cosa demoralizzante non è lo scambio di persona, ma il fatto che nessuno dia la possibilità di esprimersi per manifestare la propria volontà. Ho avuto l’occasione di leggere un libro di un medico italo-togolese Kossi KOMLA-EBRI, – “Imbarazzismi – Quotidiani imbarazzi in bianco e nero” – Edizioni Dell’Arco, ed ecco alcuni esempi che possono far riflettere sul quel tipo di razzismo a volte impercettibile anche per chi ne è parte attiva:

  • Un giorno, in classe, durante un incontro sull’interculturalismo, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo”.
    Subito, il più sveglio esclamò:
    “Il razzista è il bianco che non ama il nero!”
    “Bene!” dissi. “E il nero che non ama il bianco?”
    Mi guardarono tutti stupiti ed increduli con l’espressione tipo: “Come può un nero permettersi di non amare un bianco?”
  • Un giovane togolese, sposato con un’italiana, che passeggia nei giardini pubblici con i due figlioletti e un’anziana signora che, con amorevole compassione, afferma: “Oh, por diavul, ga tucà fa ul baby-sitter!”. Perché, certo, quel giovane non può essere il padre dei due bimbi.
  • Identica è la compassione che caratterizza la lezione di geografia che l’autore è costretto a sorbirsi nello scompartimento di un treno locale: “Tu da che paese Africa venire?” (…) “Ah Togo! Nel tuo dialetto forse dire “Togo”, ma noi in italiano dire “Congo”. Tu capire? Congo!”.
  • Bella figura fa anche il “professore di fede liberista-avanguardista” che più volte invita Kossi a passare il fine settimana con la sua famiglia: non riesce “proprio a capire come fa la gente ad essere razzista” ma, all’ipotesi di uno sposo togolese per la figlia, risponde con un imbarazzato: “Beh… questa è un’altra cosa!”.

Nei pregiudizi, giocano un ruolo fondamentale anche i mass media.

Che in Italia l’informazione sugli immigrati sia allarmistica, emergenziale, stereotipata, è sotto gli occhi di tutti. Recentemente mi è capitato di sentire una notizia su rete quattro, (peraltro la stessa notizia riportata in modo nettamente diverso dalle altre due reti mediaset), in cui si annunciava la morte di quattro extracomunitari in un incidente stradale nel bresciano. Ebbene il cronista ha tenuto opportuno precisare che spesso e volentieri gli “extra” guidano delle macchine sembianti veri e propri feretri. Non hanno idea di cosa sia il codice stradale. Di conseguenza sono una mina vagante per tutti gli altri automobilisti italiani che a seguire questo sillogismo, guidano delle navette spaziali, e sono sempre ultradisciplinati. L’insinuazione ha dell’incredibile, e statisticamente parlando, oltre ad essere falsa, va a seminare delle idee pericolose nelle menti dei telespettatori, rafforzando quella visione dello straniero come autentica minaccia alla società italiana.

Altro nodo cruciale, riguarda l’informazione sull’immigrazione. In primo luogo il tema interessa solo se riconducibile a clandestini, ordine pubblico o comunque difficoltà di convivenza civile. Malgrado il fatto che le cattive notizie siano considerate dai giornalisti più interessanti delle buone, c’è un netto squilibrio. Recentemente a Livorno, un ragazzo senegalese annegò cercando di salvare un bagnante italiano, a quanto pare in grave difficoltà. Per questo ricevette un onorevole, ma ahimè inutile, per la sua famiglia e la figlioletta di un anno, medaglia d’oro al valore civile dal presidente della repubblica Ciampi. Purtroppo nei telegiornali la notizia è stata centellinata, riportando il minimo indispensabile. Se guardiamo bene, sono quasi sempre i giornalisti della cronaca ad occuparsene e, in linea di massima, si tratta di quelli che hanno uno sguardo più ristretto, che fatica ad assorbire l’idea di una società mutata e complessa. Esiste un intreccio perverso fra il sistema dell’informazione e una parte di quello politico. Si rimpallano stupri, sbarchi, rapine e pirati della strada per farne campagne d’opinione. E, ovviamente, gli immigrati non vengono quasi mai ascoltati in merito, la loro testimonianza non interessa. Per non parlare dell’etnicizzazione delle notizie. Fare il titolo sull’albanese che ruba oppure dare caratterizzazione religiosa a qualsiasi evento o individuo, ha più appeal e colpisce maggiormente l’immaginazione collettiva.

Ovviamente ogni generalizzazione va contrastata; è deprecabile vedere una persona solo come parte di un gruppo. E’, invece, interessante notare come i giornalisti tendano sempre a mostrarsi neutrali sulle questioni dell’immigrazione, quando, nella realtà, un buon numero si dichiara fra gli italiani in contrapposizione.

Pensate, questo tipo d’informazione o meglio disinformazione, produce paure, e divisioni persino fra i migranti che finiscono con il cascare nel giochetto di giudicare diversamente i clandestini, dagli altri in regola.

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