Giornalino

Qui si trovano gli articoli di Mosquito, il giornalino pubblicato nel dicembre 2004, quando il gruppo non era altro che un’idea senza forma. Consulta la pagina della Storia per maggiori dettagli su questa prima esperienza.

Handicap: Il mio punto di vista

Articolo inserito mercoledì 26 aprile 2006.

Essendo portatore di handicap, voglio contribuire con personalissime opinioni a rendere più chiare le idee che hanno ragazzi come me riguardo il mondo quotidiano.

Sono convinto, infatti, che il disabile nella nostra società venga ancora emarginato. Mi rendo conto della gravità di tale affermazione soprattutto in un contesto, quello attuale, dove sembra esserci un grande spirito di integrazione verso il “diverso”.

Eppure soffermandomi a pensare sui problemi che possono incontrare anche ragazzi affetti da lievi menomazioni fisiche, mi accorgo come non sia facile essere accettati. Nella mia situazione, noto che solo poche persone mi trattano senza preconcetti, mentre molte altre, nonostante sorrisi e battute, nascondono ipocrisie e falsità. L’esempio più classico avviene quando vado al bar per fare quattro chiacchiere con volti familiari.

All’inizio mi trovo sempre in confidenza con tutti ma già dopo cinque minuti se mancano quelle due e tre persone che reputo veramente amici, mi ritrovo solo, estraniato da ogni discussione.

D’accordo, non siamo più ai tempi di Sparta in cui i bambini non perfetti venivano gettati dalla rupe più alta, ma nonostante il cambiamento degli ultimi anni sono stanco di sopportare la superficialità che caratterizza i miei rapporti sociali.

Mi chiedo, quindi, come nella nostra realtà locale, dove i valori del cristianesimo dovrebbero essere consolidati nella coscienza di ogni singola persona, possano esistere certi pregiudizi.

Un esempio di comportamento differente, che mi piace ricordare, fu quello di Giuseppe Cottolengo, il primo ad istituire un centro di accoglienza per i portatori di handicap. Grazie a persone come lui e allo sviluppo della società, siamo riusciti col tempo ad inserirci nell’ambiente con tutte le opportunità di lavoro, di studio e di svago del caso, sentendoci, per quanto possibile, al pari degli altri e con eguali opportunità.

Diciamo per chiarezza che questa operazione è, da sempre, portata avanti dalla Chiesa e dalle Opere Pie, alle quali sono molto legato; e solo da poco tempo è stato affidato alla Provincia il compito di seguire l’inserimento del disabile nel mondo del lavoro e al Comune quello di garantire i mezzi di trasporto necessari. Cito il problema lavorativo e quello del trasporto perché sono quelli che ci riguardano più direttamente.

Per il primo, in linea teorica, ci sono molte strutture che facilitano l’avvicinamento del disabile a tale ambito; l’invalido infatti ha la precedenza in questo tipo di settore ed a lui dovrebbero essere riservati lavori a parte (ad esempio per gli ipovedenti, il mio campo, sono assicurati posti da centralinista, ecc…).

Per fare ciò, esistono speciali liste di collocamento dove iscriversi, che hanno il compito di favorire categorie di persone più svantaggiate socialmente e di garantire a queste un eguale trattamento economico, giuridico e sociale, impedendo qualsiasi tipo di discriminazione. È inoltre stabilito che i datori di lavoro, con aziende di oltre quindici dipendenti, hanno il compito di assumere un disabile.

Tuttavia, la mia esperienza personale denota, che tutti questi meccanismi devono essere ancora perfezionati. L’eccessiva burocrazia comporta sempre rallentamenti e nuovi problemi, e la loro efficacia è, talvolta scarsa, visto che, da anni, sono iscritto ad agenzie di collocamento e mi trovo ancora disoccupato.

Per tutto questo è necessario dirsi la verità: molto è stato compiuto, ma ancora di più è rimasto da fare per aiutare i “diversi”, e ciò aspetta per la gran parte ad ognuno di noi. Infatti, chiunque, quando vede un disabile, dovrebbe fermarsi, riflettere e chiedersi: “ E se fossi io al suo posto?”. Allora forse qualcosa cambierebbe, e comincerei ad essere più ottimista riguardo le opportunità del mio futuro.

La Battaglia del Cuore

Articolo inserito mercoledì 26 aprile 2006.

Anno del signore MCCCIV. A Lleida era di scena una cruenta battaglia tra cattolici e infedeli. Volontari da tutta Europa stavano combattendo per cacciare gli arabi dalla penisola iberica. Finalmente, dopo anni di sconfitte sembrava giunto il momento decisivo, la resa dei conti.

Quel giorno, entrambi gli eserciti erano schierati al completo. Il combattimento si presentava incerto. All’improvviso un comandante francese diede l’ordine di suonare la ritirata. Una mossa per confondere il nemico. Reggimenti di cavalleria stavano già in posizione, per attaccare l’avversario sui fianchi, appena si fosse allungato. Lo stratagemma pareva funzionare. Migliaia di fanti berberi, infatti, si erano lanciati all’inseguimento dei fuggitivi.

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Luigi e il Mondo

Articolo inserito mercoledì 26 aprile 2006.

Capita spesso a Luigi di riflettere sul mondo. Gli piace farlo, affacciato alla finestra di casa. Trova rassicurante osservare l’esterno da un luogo che gli appartiene.

Troppo spesso la realtà si è scontrata con le sue idee, le sue aspirazioni.

Non sempre, fuori dal suo rifugio, le cose sono andate come voleva.

Lui e la società, un paragone difficile rappresentato da un muro contro il quale continua a sbattere. E l’impatto con questo insieme di individui lo ha lasciato insoddisfatto, amareggiato.

Nel corso degli anni ha conosciuto molteplici persone, per ognuna caratteri diversi, valori  contrastanti. Arduo trovare un rapporto sincero. Eppure, ha sempre tentato, ogni volta con maggior entusiasmo, di instaurare legami profondi, relazioni durature.

Nonostante le delusioni però, il suo atteggiamento è rimasto sincero, non è stato scalfito dalle formali consuetudini della società. Luigi non può agire senza considerare la propria scala di valori. Mai si è adeguato verso forme e convenzioni superficiali. Mai si adeguerà all’apparenza di tutti i giorni; a quella apparenza, i cui limiti sono la soglia rivelatrice della vera natura umana.

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Sfogo

Articolo inserito martedì 25 aprile 2006.

Ciao a tutti. Sono un ragazzo di ventitre anni e voglio dimostrarvi che la mia, nonostante tutto, è una vita normale. Esco con gli amici, mi diverto, parlo di qualsiasi argomento, affronto ragionamenti seri. Il sabato sera vado, anche, a ballare. Insomma, mi sento uguale agli altri.

È vero, ci sono dei momenti in cui mi faccio prendere dallo sconforto e vado in crisi. Comincio a non fidarmi più di nessuno. Ho paura di parlare perché penso che le mie parole possano essere usate contro di me, per prendermi in giro, per farmi del male.

Alcune volte, temo, persino, le mie azioni. Ad esempio mi pento dopo aver parlato con qualcuno. Nel momento in cui scambio opinioni, pareri, impressioni ho il terrore di dire cose sbagliate, di cui non avrei dovuto discutere.

Forse, queste insicurezze sono dovute al fatto che non mi sono ancora completamente accettato, e ogni tanto mi ritorna qualche complesso in tutta la sua drammaticità.

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L’Adolescenza

Articolo inserito martedì 25 aprile 2006.

Mutevole, imprevedibile, incerta: l’adolescenza é questa. Un’età di frontiera dai confini sempre più labili, che rischia di divenire interminabile. Oggi più che mai, appare come una “terra promessa”, confusa, annebbiata, inutile ed inutilizzabile, priva di certezze per poterla considerare una meta attraente.

Chi sta scrivendo in questo momento, é una persona qualsiasi, la quale come tutte le persone adulte, ha vissuto in una precisa maniera la pubertà e l’adolescenza, cercando di affrontare, in qualche modo, i vari problemi e le varie difficoltà che spesso, incontriamo lungo il cammino della crescita.

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Il Razzismo

Articolo inserito martedì 25 aprile 2006.

Il razzismo si fonda sulla credenza della superiorità di una razza rispetto alle altre.

In realtà è solo una carenza generale d’informazione e di esperienza diretta, che si tramuta nel disprezzo verso persone diverse, viste come esseri inferiori. Quello che, infatti, molte persone non concepiscono, è l’esistenza di marcate differenze tra razza, etnia e cultura. Se la prima è una classificazione degli essere umani in gruppi distinti basati su degli innati e immutabili tratti fisici, come il colore della pelle, la tessitura dei capelli o la forma degli occhi; la seconda è una ripartizione fondata su determinati individui che condividono una discendenza comune e certi valori tramandati per generazioni, come la religione, il modo di vestirsi e la nazionalità. La cultura invece, è una categoria più ampia, che oltrepassa l’etnia e la razza poiché include persone che condividono un medesimo stile di vita come lo status socioeconomico, l’orientamento sessuale e la locazione geografica.

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Autobiografia di un disabile

Articolo inserito martedì 25 aprile 2006.

Tutto cominciò all’età di sei mesi, quando illuminati professoroni mi diagnosticarono uno strano morbo: “la sindrome di Kogan”, un male che, riguardava l’apparato uditivo e colpiva gravemente le articolazioni. Da quel momento, un lungo calvario attendeva la mia famiglia: esami, controlli, visite mediche, viaggi in ospedali sparsi per la Lombardia.  Ma nulla da fare.

Il responso rimase crudele: malattia congenita dalla quale non si può guarire… solo peggiorare. L’unica cosa possibile era rassegnarsi, andare avanti senza pensarvi. Andare avanti al ritmo di due visite all’anno sempre con la stessa risposta: lievi peggioramenti.

Giunse così il giorno, a vent’anni compiuti, in cui nuovi medici mi mandarono in una clinica specializzata. Arrivò lì, per me, il colpo di grazia.

Semplicemente mi dissero, che alla nascita sbagliarono diagnosi. Semplicemente, mi dissero che appartenevo all’ampia categoria degli ipovedenti. Vedevo l’inferno. Anni e anni di cure, precauzioni, costose visite, per niente. Tutto inutile, dovevo cominciare da capo. Subii l’enorme contraccolpo psicologico. Una lieve depressione intorpidiva le mie sensazioni.

Cominciai a chiudermi, sempre più, in me stesso, a non parlare con nessuno. Ero tormentato dalla medesima domanda: perché a me, cosa ho fatto per meritare una simile condanna? Ho passato un periodo difficile, ero davvero intrattabile. Lentamente, mi accorsi, però, che, così facendo, mi stavo allontanando dalle persone a me più care, osservavo anche altri più sfortunati di me. Osservavo i miei genitori fare sacrifici importanti, angosciati da questa mia condizione. Così piano, piano cominciai ad intravedere qualcosa di più chiaro. Come se percepissi la vicinanza delle risposte che attendevo. Già, forse erano sbagliate persino le domande.

Non aveva senso, in effetti, chiedersi “perché questo a me”; occorre dire “ADESSO TOCCA A ME”, “ora spetta a me dimostrare di che pasta sono fatto”. La situazione doveva assumere il senso di una sfida. Avevo il diritto di farmene una ragione. Non dovevo interpretarla come una immensa pena, ma come un sprono a rialzarmi, per continuare il cammino più agguerrito di prima. Ora, ho capito che ogni situazione, positiva o negativa, deve essere accettata. Non si può prescindere da una certa forma di destino. Inutile piangersi addosso. Sono riuscito, finalmente, a metterlo in pratica. Sento, davvero, di aver compreso il senso della vita.

Anche se i disabili sono riconosciuti, ma non vedo riconosciuti i loro diritti; vi assicuro che farsi valere,farsi largo a gomitate in questa società di finti perbenisti non è per niente semplice. Le leggi ci sono. Vengono applicate giustamente? La mia opinione afferma che il mondo dei disabili è un mondo a sé.

Dove nessuno capisce veramente, e chi lo può fare non ha il potere di agire. Basta girare per le strade di una qualsiasi città. Non è difficile, notare quante barriere architettoniche si devono superare.

Per non parlare della inciviltà di tante persone: parcheggi riservati al disabile perennemente occupati da altre macchine, cassonetti o altre meraviglie posizionati davanti scivoli che facilitano il passaggio su marciapiedi. Che fare? Niente purtroppo.

Solo sperare che il mio messaggio venga recepito da coloro i quali dimenticano la nostra presenza.

Lo voglio urlare: ESISTIAMO ANCHE NOI!!!!!