Il Leggero Ticchettare
Articolo inserito mercoledì 26 aprile 2006. Letto 567 volte.Il leggero ticchettare dell’unghia sulla plastica della siringa era un suono che aveva imparato a conoscere molto bene. Era come una sorta di mantra che riusciva a calmarlo, alleggerendogli il cuore e allontanando la sua coscienza, portandola lontana dal gesto che si preparava a compiere. Ormai sapeva che ogni genere di rimorso o senso di colpa scompariva l’esatto istante in cui l’ago penetrava nella morbida pelle.
L’esperienza gli aveva insegnato che lasciar vagare la sua mente gli consentiva di compiere quel gesto con impersonale e chirurgica meccanicità. Così, una volta abbassato lo stantuffo, quello che avrebbe pensato non sarebbe più stato un problema.
Ma non questa volta.
Cinque mesi di comunità l’avevano cambiato; e mentre appoggiava la testa al muro scrostato di quel seminterrato umido e abbandonato, la sua mano destra tremava con forza.
Non riusciva a trovare il coraggio di infilarsi l’ago nella carne, ma non poteva nemmeno farla finita una volta per tutte. Era tornato uno schiavo, i buoni propositi contavano poco in quel momento. Cercò di non pensare a nulla come ai vecchi tempi, mentre il bisogno lo costringeva a mordersi le labbra e a stringere gli occhi con tutte le sue energie.
Ma per quanto si sforzasse, tutte le sofferenze che aveva passato tormentavano i suoi pensieri. I pianti disperati della madre, le corse fuori e dentro le stanze degli ospedali, lo sguardo atterrito di quell’anziana donna, lasciata sulla strada quella volta, quando, con la pensione di lei, era andato a comprarsi la dose di un intero mese. La vergogna non gli dava pace.
Ricordava persino quella scena, quando accasciato ai margini del marciapiede, riusciva a distinguere la gente che, con uno sguardo misto di pena, disgusto e disprezzo cambiava lato della strada pur di stargli lontano.
Era tornato a puzzare di “roba”, di spazi umidi e chiusi, di morte.
Immaginava il volto barbuto di Padre Alfonso sorridere con amarezza. Conosceva quell’espressione, la stessa del giorno in cui aveva deciso di lasciare la comunità. Povero vecchio frate, probabilmente aveva previsto il suo fallimento. Sapeva che sarebbe di nuovo finito così, con una siringa in mano.
Si odiava.
La punta dell’ago era ormai entrata nella carne, e lui piangeva come un bambino incapace di fermare la sua stessa mano che di moto proprio spingeva sempre più in profondità, sempre più in basso. Finchè il liquido paglierino non iniziò a svolgere il suo costoso compito: portarlo lontano per dimenticare. Non era mai stato all’altezza della situazione, non poteva più cambiare.
E mentre i suoi pensieri vagavano negli insondabili campi dell’incoscienza, il suo corpo giaceva afflosciato in un angolo buio e umido di un seminterrato abbandonato. Non sentì più nulla, nemmeno lo squittio del grosso topo che si riempiva lo stomaco con gli avanzi freddi del suo sandwich al tonno.
by Denis Venturi