Immagini dall’Ucraina

Scritto domenica 10 agosto 2008 da Alberto Marizzoni. Letto 872 volte.

Il treno che collega Monaco di Baviera a Verona è pulito e spazioso. Con grande sollievo appoggio le valigie per terra, nel tentativo di individuare, nello scompartimento, il posto prenotato. Con molta calma mi dirigo verso il centro, sistemo i bagagli sul ripiano in alto, e mi siedo dalla parte del finestrino. Accanto a me i compagni di viaggio. Sono stanco e non ho voglia di parlare. A malapena mi reggo in piedi.

Quando il treno comincia a muoversi, ho gli occhi socchiusi e la testa tra le nuvole. Dopo la pessima nottata, non riesco a pensare con lucidità. I sensi sono ancora troppo intorpiditi. Probabilmente dovrei destarmi con decisione, iniziare a tirare le fila dell’esperienza fatta in Ucraina. Ma sto così bene in quel tepore mattutino, con il sole accanto, che preferisco lasciarmi trasportare dalle immagini e dalle emozioni che ho nella mente.

Come in un quadro del Caravaggio ricordo la cuccetta del viaggio d’andata. Una piccola finestra, di lato, proiettante una fioca luce davanti a sé, che disuniva l’oscurità della notte. Nella penombra riconosco il mio profilo e quello di Paolo. In basso mi pare di percepire le voci di Bruno e Alberto.
Nell’aria posso ancora captare le tante aspettative presenti: la voglia di scoprire una nuova realtà, molto diversa dalla quotidianità benestante cui siamo abituati, il desiderio di porre basi solide per le nostre attività.

Rivedo la dogana di Chòp. Quell’enorme casello autostradale dove al posto delle automobili si fermano le persone. Stessa routine, stessa allegria. Capito nelle mani di un tizio che ricordava, per espressione cupa e occhi di ghiaccio, un qualsiasi protagonista dei molti film splatter in circolazione. In un inglese comprensibile mi chiede se avevo vodka o sigarette. In modo perentorio, diniego. Quindi mi fissa per un attimo e abbozza un mezzo sorriso. Immediatamente con un gesto della mano mi indica di passare oltre. Avevo superato il controllo.

Mi sposto al villaggio rom di Vinohradiv. Dove ad accoglierci era venuto un signore dalla pelle scura, molto affabile, con grandi baffi e occhi color Husky davvero penetranti. Per ringraziare Gesù Cristo del miracolo compiuto sulla sua malattia, aveva fatto costruire una chiesetta in fango e muratura, molto bella, se paragonata allo sfacelo intorno. Era diventato una sorta di parroco, anche se sposato e non so con quanti figli. I gesti, le parole emanavano un senso di grande serenità. Davanti ad un caffè ha raccontato parte della sua vita, presentandoci quel villaggio come una nuova terra di credo e speranza.

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