Resoconto della Mia Esperienza in Romania

Scritto mercoledì 13 settembre 2006 da Alberto Marizzoni. Letto 923 volte.

Il viaggio in Romania è stata una tappa, l’attuazione di una scelta voluta e cercata.

Un’esperienza sentita come desiderio personale, con l’intento di provare emozioni diverse, nuove sensazione. Ho sfruttato questa possibilità, forse per mettermi alla prova. Desideravo intraprendere un viaggio che non fosse solo vacanza. Un viaggio che comportasse domande, incognite e perplessità.

Molte volte si ricerca il senso, il significato delle cose. Quasi fosse un naturale sviluppo dei propri dubbi, delle proprie incertezze. Non è facile identificarsi in un unico mondo dalle infinite sfaccettature. Per la prima volta, però, ho cominciato a vedere questa medesima realtà con altri occhi, altri modi, sotto altri punti di vista. Catapultato all’improvviso in una dimensione alternativa distante solo 1.500 km da casa, sono riuscito a percepire un’altra visione delle cose. E i confronti con la vita di tutti i giorni sono iniziati immediatamente.

A partire dal cielo così terso e profondo, con nuvole dalla forma tridimensionale ben definita che correvano veloci da colle a colle. Tramonti e panoramiche di villaggi lontani, la sera, rendevano l’idea sulla maestosità di un paesaggio ancora incontaminato. E poi gli odori naturali, i rumori quasi inesistenti, la tonalità viva e splendente dei colori circostanti. Per non parlare della quiete incontrastata degli enormi spazi aperti.

Non avrei mai pensato di adattarmi subito. L’aria, l’aspetto della natura, persino gli atteggiamenti delle persone erano differenti dalla mia quotidianità. Regnava un’insolita atmosfera rurale, che però ricordava un già visto, un già sentito. L’impressione era di rivivere i racconti del passato, quando si descriveva un mondo più umano, meno stressante e frenetico. Gli elementi per tornare indietro nel tempo c’erano tutti: strade in lastre di cemento, distese di terra incolta, un unico negozio nel quale si vendeva di tutto, dagli alimentari alle sigarette. 

E poi, lungo il paese, quanti signori e signore dall’età indecifrabile, con volti abbronzati e scavati da profonde rughe, si ritrovavano nel tardo pomeriggio davanti l’uscio di casa a ridere e parlare di chissà quali storie, chissà quali leggende. 

Le oche e le galline girovagavano libere, a gruppi, in mezzo all’unica via, spostandosi solo all’arrivo di un carretto o di una Dacia, la tipica automobile della regione. Mucche e pecore attraversavano la stessa strada per andare nei campi a pascolare. 

Scene mai viste di persona, eppure raccontate tante volte in quella che doveva essere l’Italia di sessant’anni fa. Come allora più famiglie abitavano la stessa casa, come allora la vita di comunità era un obbligo più che una scelta. 

Il luogo dove risiedeva la maggior parte delle famiglie non era la cascina tradizionale. Le caratteristiche abitazioni locali erano piuttosto particolari: più basse, con soffitti alti non oltre i 2 metri e un tetto, grande, quasi a punta, di un rosso vermiglio rifrangente. Case che potevano somigliare a villette, tutte con un cortile interno e sul retro un piccolo appezzamento adibito ad orto. 

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