Resoconto della Mia Esperienza in Romania

Scritto mercoledì 13 settembre 2006 da Alberto Marizzoni. Letto 925 volte.

“Casa Margherita” era la base delle nostre attività. Lì si aspettava in massa l’inizio del grest, lì ci si salutava alla chiusura dei giochi. Quanto si divertivano i bambini in questa struttura. Sotto la tettoia i più piccoli si dilettavano a disegnare, creare collane e braccialetti di pasta o perline, quasi fosse un laboratorio artistico, in cui ciascuno esprimeva le proprie fantasie. 

I disegni, chiaramente, non erano a tema, ognuno poteva disegnare a piacimento ciò che voleva. Ma, nonostante questo, il fiore era il simbolo ricorrente. Fiori di campo, rose e tulipani riempivano i loro fogli, fiori legati a simboli di amicizia e amore. Si esprimevano con forme e colori, era bello appendere le loro opere e vedere nei loro occhi la soddisfazione di fissare il proprio lavoro appeso alla bacheca.  

In compenso la comunicazione è stata più difficile del previsto. Nessuno di noi parlava il rumeno, e nonostante questa lingua fosse neo-latina, quindi parente dell’italiano, la maggior parte delle parole era di impossibile comprensione. Fortunatamente avevamo i nostri assi nella manica: Tavi, il traduttore ufficiale, figlio di Giorgio, il gestore di “Casa Margherita”, e Ingrid, una bellissima bambina ungherese di 8 anni che, vivendo in Italia e parlando bene l’italiano, ci ha permesso di dividere il grest in due gruppi, a seconda dell’età, ognuno con il suo traduttore. 

Purtroppo, è rimasto incompiuto il mio voler conoscere la mentalità locale, due settimane sono troppo poche per fare confronti, anche perché di persone adulte ne ho conosciute un gran poche, e a dir la verità non mi hanno fatto nemmeno una grande impressione. 

Che mi ha colpito, piuttosto, è stato il rapporto con i bambini. Lontani dall’abitudinario modo viziato di cui i bambini italiani di oggi sono la massima espressione tra capricci e insoddisfazione, i loro visi erano sempre sorridenti: mai un capriccio o un lamento. Certo non era facile tenerli, soprattutto i più piccoli, per la loro esuberanza, ma almeno quando ci capivamo, erano subito pronti a rispettare le nostre parole. E sinceramente io, non abituato con i bambini, non pensavo di trovare con facilità il loro affetto e la loro disponibilità. 

Ogni tanto mi ritornano in mente alcuni dei loro pianti, durante l’ultimo giorno, prima della partenza. Un qualcosa che mi ha lasciato interdetto, anche se molto contento perché mi sono sentito utile alla causa nonostante la breve permanenza. Probabilmente il nostro modo di fare estroverso e affettuoso li aveva colpiti, a dispetto forse dei modi più bruschi e duri a cui erano abituati. Non dev’essere facile essere il 4° di 10 fratelli, oppure, il 1° senza mamma o papà e dover arrancare per mangiare tutti i giorni. Si diventa più duri, la vita non ha riservato a tutti gli stessi privilegi. Facile capire come la maggiore povertà porti a diventare “grandi” subito, senza sogni e possibilità. 

Tuttavia alcuni loro comportamenti mi hanno colpito. I ricordi di infanzia mi portano a considerare il fatto che spesso c’erano dei ragazzi presi di mira un po’ più degli altri. E nel corso della crescita c’era sempre nei gruppi quello che faceva da capro espiatorio. Ebbene, nei 15 giorni in cui li abbiamo conosciuti, non mi è sembrato che queste figure risaltassero come al solito. I litigi erano all’ordine del giorno, in grande quantità, ma se la prendevano un po’ tutti con tutti, non c’era mai nessuno in particolare perseguitato da scherzi o maltrattamenti. 

Rispondi