Resoconto della Mia Esperienza in Romania
Scritto mercoledì 13 settembre 2006 da Alberto Marizzoni. Letto 924 volte.Così vengono in mente tanti confronti con il progresso, l’attualità. Tentare di capire i risvolti sociali è molto difficile. Comunque, di sicuro, là, i bambini erano meno soli. Non c’erano meraviglie tecnologiche o falsi modelli a sostituzione di una vita sociale. Questo, non vuole essere un elogio alla ruralità e una condanna al progresso, tuttavia la semplicità dei gesti e la tranquillità della vita davano l’impressione di un mondo più a misura d’uomo, anche se di certo con problemi molto più gravi dei nostri.
Avevamo paura di vedere alcune scene a cui non eravamo pronti, e così è stato. Osservare tra i nostri bimbi Iona cercare nella spazzatura un pezzo di panino buttato, Melinda abbuffarsi sempre, a merenda, con gli avanzi degli altri, quando cucinavamo la pasta e alcuni mangiare la pasta cruda delle collanine, è stato davvero impressionante. Impietriti di fronte a queste scene, senza possibilità di cambiare la loro situazione.
Non abbiamo notato, nel centro di Bucarest, il fenomeno dei bambini di strada. Ne abbiamo incontrati solo un paio alla stazione. Probabilmente erano usciti da qualche fogna visto l’odore nauseabondo di cui erano impregnati. Poveri bimbi, vestiti di stracci, in condizione pietose, probabilmente colla-dipendenti, visti certi sacchetti che gli uscivano dalle tasche. Chiedevano l’elemosina davanti ad un McDonald. Tra l’indifferenza della gente locale e lo sgomento dei turisti stranieri.
Altro particolare che non mi ha lasciato indifferente nel fare il grest, sono state le condizioni dei denti dei bambini. Già a 14-15 anni c’era qualche giovanotto sdentato, senza contare i bambini più piccoli con molari bucati, tempestati di carie, oppure malati alle gengive. Facevano davvero impressione certi sorrisi, testimoni di una alimentazione scorretta e quanto meno carente.
Mi ha fatto pensare anche il modo in cui questi bimbi si vestivano per il grest. Come se indossassero il “leggendario” vestito della domenica. Durante la mattina, quando li vedevamo per il paese, avevano vestiti molto più sporchi e rotti di quelli che mettevano il pomeriggio per venire al grest. Vestiti che, poi, magari, sporcavano correndo o giocando con le tempere. Già, i genitori ci tenevano a far vedere il meglio delle loro possibilità. A fare una bella impressione. Perché nonostante tutto non c’era e non si sentiva l’aria di povertà, almeno nel paese principale.
Anche le ragazze, soprattutto quelle più grandi, dai 18 in su, erano condizionate dal nostro arrivo. Appena sapevano della nostra presenza venivano a conoscerci sperando in chissà che. Mi ha impressionato il modo con cui cercavano il contatto e forse la speranza di un miraggio chiamato occidente. Già, loro erano cresciute in condizioni molto differenti dalle nostre.
Invece all’interno della casa di accoglienza lo stile di vita era molto alto. I bimbi erano vestiti bene rispetto agli altri. E questi erano gli unici a darsi toni quasi di superiorità. Forse per la differenza di possibilità di cui potevano usufruire. Nonostante ciò probabilmente sono stati questi ragazzi, che ci facevano disperare sempre, ad essersi legati più a noi.
Questa avventura ha lasciato un profondo segno dentro me. La possibilità di aver potuto valutare certe contraddizione, l’aver assaggiato un territorio sconosciuto e soprattutto il contatto con questi bambini mi ha entusiasmato. Un’esperienza che ha impresso il suo marchio soprattutto sul piano umano. Spero di tornarci presto.
Anche come Argo Giovani, noi abbiamo lasciato un piccolo ricordo. 3 paia di calze a ciascun bambino e qualche ciabattina a chi veniva a piedi nudi. Ben poco lo sappiamo, ma è pur sempre un inizio con i nostri mezzi.